Stefano Bosello - Impressioni di vita in Cina

Olimpiadi Pechino 2008

16 luglio 2008

Verso le Olimpiadi – Il certificato sanitario

L’altro giorno mi hanno spedito in una struttura locale per ottenere il certificato sanitario. Il suddetto è un documento che appare simile a una carta d’identità, ma che permette di lavorare in certi ambienti quali il Food & Beverage.

E così io, superiore e collega arriviamo in questo posto dove attendiamo in divertita fila la prima parte della procedura: registrazione. Di tre, due stranieri e tutti comunque vestiti da ufficio non potevamo passare inosservati ai numerosi compagni di avventura e personale, incluse le due nonnette al di là del vetro. Divertente il momento della foto, siamo troppo alti, ingobbitevi please, o non ne usciamo. Nome? E il collega ecuadoregno snocciola il rosario. Piccolo problema: software cinese non accetta nomi più lunghi di 5 caratteri. Siparietto per abbreviare il nome con la nonnetta che voleva accorciare il sesso “Male” (Maschile) scritto sul passaporto al posto del nome del collega.

Seconda parte, l’esame teorico. Prego entrare nell’aula dove in una TV registrata uno che pare essere lì per caso legge da un libro con una Powerpoint alle spalle così zeppa di caratteri che sì, sta leggendo la Powerpoint, non un libro. Ritiriamo l’esame con varie domande scritte in cinese e rispondiamo. Anche se il risultato verrà a fine settimana so già di averlo superato brillantemente: le soluzioni al test erano stampate su un cartellone a sinistra della tv sulla cattedra. E cosa vogliamo farci, è già tanto che tutti riescano a capire il meccanismo e scrivano il nome. Farsa.

Terza parte, si paga (72 RMB)e comincia la visita. Tralascio ogni commento sulle provette in vetro dei test del sangue open air (che fa più stile in inglese), la dottoressa (nonnetta pure) che palpa a caso il torace parlando con la collega e altri dettagli. Devo dire però che il software con codice a barre è efficiente, ad ogni stazione un bip sul foglietto tiene traccia di tutti gli esami.

Grazie, arrivederci, ritiro fra 10 giorni. Penso che se non sei moribondo il testo lo passi di sicuro. Meglio di niente comunque.

Con il certificato di cui sopra e il passaporto potrò accreditare il mio pass olimpico, la prossima settimana, a Pechino.

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Vivere a Shanghai

12 giugno 2008

Il Prof. Biffis

E’ con imbarazzante ritardo che racconto qualcosa che andava scritto. Quel mattacchione del mio amico Alberto, in un’occasionale chiacchierata intercontinentale, mi ha chiesto se visto e considerato che avrebbe incontrato il mitico Prof. Biffis a Londra avessi un messaggio per lui.

Come è conoscenza comune a Ca’Foscari, Università di Venezia, il Professore è un’autorità. Ancor più cruciale, è per molti il responsabile di un esame obbligatorio e scoglio detto “Economia degli Intermediari Finanziari” che si può affrontare con il libro tanto è ovvio che non si passa lo stesso. Ci sono tre tipologie di risultato: essere trombati sonoramente (maggioranza), cavarsela con la sufficienza (maggioranza dei non trombati) o passare con un ottimo voto (eletti, figli dell’Illuminazione, futuri uomini-mastrino-finanza). A scanso di equivoci, questo paragrafo è in presente storico, non ho idea di come siano gli esami ora.

Ad ogni modo, io ho passato l’esame a pelo. Alla registrazione la personalità del Professore si lascia scoprire. “Cosa vuole fare da grande?” puù essere qualcosa che si incunea a freddo nella mente di chi vuol solo registrare un voto. L’occhiata che paragona la risposta al voto d’esame è eloquente.

Il Professore è però anche quello che batte sull’imparare l’inglese, quello che alla fine del corso ti trasmette la chiara idea che le banche sono sempre pronte ad approfittare (mi tengo…), quello che ti dice di andarsene un po’ fuori a fare esperienza e che comprare obbligazioni sapendolo fare frutta più delle Tiscali. E’anche quello che invitato per uno spritz a una tavolata di AIESEC Venezia al baretto in San Giobbe esordisce “AIESEC ai miei tempi era una mafia”. Insomma, un personaggio.

E’ tutto questo che ho in mente scrivendo due righe ad Alberto e facendosi due risate. Una settimana dopo rimango stupito di ricevere un’email dal Professore, che non solo ha ricevuto il messaggio (Alberto… dovevo saperlo), ma mi invita per un aperitivo di compensazione a Shanghai.

Professore, io non so quale sia l’esatto messaggio recapitato dal personaggio londinese, ma non serviva nessuna compensazione. Come le ho detto, è raro ricordarsi di qualcosa studiata all’università, già questa è un conquista!

Ad ogni modo, è stata una chiacchierata estremamente piacevole, vista panoramica e “prosecchino” incluso. Si è parlato di come va Ca’Foscari, l’Italia, gli italiani qui. Si è parlato di privato, si è detto di Cina. Ed è per ringraziare del prosecco che violo la Privacy nominando fatti e persone immaginari riferiti ad eventi non casuali tratti dall’ultimo disclaimer della Paramount Pictures. Ad ogni modo, grazie della chiacchierata Professore.

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Vivere a Shanghai

19 maggio 2008

Tre minuti di silenzio tra i clacson. La Cina che si ferma.

Solo ieri sono stati proclamate tre giornate di lutto nazionale per le vittime di Sichuan. Tre giorni per pensare alle vittime, a quei 2, 4, 10, 30 e non si ancora quanti morti, ma anche a quelli che han perso tutto, o qualcuno.

In una delle mie scuole sono arrivato trafelato alle 14:18, per inciso oggi esame test su crisis management e relativo inferno, con l’allarme antincendio che suonava. Non un’esercitazione, solo un efficace modo per chiamare tutti a raccolta. Uno dei presidi a raccontare il momento, a portare cifre, ricordarci di quella scuola dove su 800 studenti ne sono morti 650, con 28 dei 45 professori. E con quella altri 6500 edifici scolastici. Partono tre minuti di silenzio alle 14:28, ora del terremoto. 30 secondi irreali. Amici in giro per la città mi dicono che la maggioranza della gente si è, semplicemente, fermata. E poi parte uno, due, decine di clacson e allarme antiaereo in sottofondo. Silenzio umano, clacson che grida. Interessante collisione di concetti in un momento da non dimenticare.

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