I monasteri tibetani I – Drepung
Quando si pensa al Tibet, accanto a varie idee di altitudine e montagne, si pensa inevitabilmente ai monaci, ai monasteri, ad una dimensione di grande spiritualità. Sebbene la mia visita in Tibet fosse limitata a Lhasa e dintorni, posso dire di aver visto i principali monasteri e assaporato diverse e talvolta contrastanti emozioni.
Il primo giorno ci siamo recati al monastero Drepung, poco lontano da Lhasa, su una collina. Ogni tibetano conosce questo monastero perchè una volta l’anno un gigantesco thangka copre mezza montagna, con relativi pellegrinaggi e feste.
Un po’affannati causa primi scalini tibetani scorgiamo i primi monaci e le prime “cose rotanti” (dimentico sempre il nome). In questi oggetti è solitamente inscritto “Omma ni paimai hom” e devono essere fatti rotare in senso orario, come se li leggeste di continuo. Il significato è qualcosa di vicino a “portami fortuna/salute” o “proteggimi”.
Due cose rimangono particolarmente vive nei ricordi di questo primo impatto con la cultura tibetana: il primo è uno specchio. Sì: semplice, un po’ricurvo, appeso in uno dei mille tempietti di Drepung. Molti tibetani in fila, noi un po’perplessi a cogitare sul possibile narcisismo di queste persone. La nostra guida ci illumina: guardano dentro se stessi, tradizione tramanda che più il tuo futuro ti è chiaro, più nitida sarà l’immagine nello specchio. Mi metto religiosamente in fila e aspetto la sentenza. Mi vedo nello specchio, fissandomi per qualche secondo. Una vecchina dietro di me mi dice qualcosa; io credo che protestasse educatamente dicendomi di muovermi, ma la mia guida mi spiega invece che si complimenta perchè la mia immagine è nitidissima. Bene, futuro chiaro! Esco felice, con la mia amica Tas un po’invidiosa causa sua scarsa visione. E va bene, sarà la mia felpa rossa o l’essere più alto con relativi benefici angolari, ad ogni modo prendo e porto a casa.
Nel frattempo scorgiamo un’altra cosa comune a molti altri posti in Tibet: specchi ustori per bollire l’acqua calda. Proseguendo il cammino tra le vie del monastero ci si imbatte in numerosi pellegrini locali, monaci indaffarati e tanti turisti.
Commentando il luogo sentiamo una megacampana chiamare l’ora della meditazione. Dentro il monastero, un centinaio di monaci cominciano a pregare recitando antiche frasi buddiste (Video, 3.79 Mb, Player DivX 6 necessario). Questa è la seconda cosa non dimenticherò di Drepung: l’emozione di sentirli, di sedersi rispettosi in un angolo, di carpire sentendosi colpevoli un video o una foto senza flash… e soprattutto di rimanere lì, ad ascoltarli è un qualcosa che lascia meravigliati. E’ tanta la spiritualità che traspare in questi luoghi, e la simpatia per queste persone cresce e può trasformarsi in fastidio e rabbia per i troppi turisti, soprattutto cinesi, che vedono ogni cosa come disneyland, disturbando rumorosi senza rispetto alcuno, spesso solo per mostrare al compagno di avventure la loro nuova macchina a miliardi di megapixel, che puntualmente non sanno usare.
L’ultima immagine che mi porto dentro di questo monastero è parte della storia del Tibet. Quando i cinesi hanno l’hanno liberato pacificamente hanno usato il monastero come ospedale. Vicino ad una scala, in un angolo campeggia una scritta che più o meno dice “lunga vita a Mao che è arrivato qui per non andarsene più“. Amen.
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Bello. Grazie. Hai una buona capacità di rendere scritte in modo essenziale sensazioni che si colgono bene leggendo.
Forse Mao ha guardato nello specchio, e non ci ha visto per niente chiaro… Forse è per quello che si è incazzato coi Tibetani…