Beijing – Lhasa, metafora del viaggiare
Sono pochi coloro che alla domanda “ti piace viaggiare” rispondono con un No secco, quelli che esitano a volte son quelli che viaggiando per lavoro non ne possono più di una vita da nomade, o i pantofolai patologici. Che sia un viaggio dall’altra parte del mondo o alla ricerca di un ristorante dietro casa, all’umano tipo piace viaggiare. Certo, quando si passa alle motivazioni esse sono le più varie: staccare dalla routine, provare la sensazione dell’avventura (finta o vera che sia) magari visitando posti esotici, realizzare un sogno che sia ha da tanto tempo (mai pensato “forse un giorno mi potrò permettere il giro del mondo?), conoscere gente interessante, vivere un’esperienza fuori dalle righe (questi sono quelli alla “ciao cara, passo due mesi in Africa”)… e tante tante altre.
Detto questo, affianchiamoci il mio viaggio in treno:
parto da Shanghai con la sola ragionevole speranza che qualcuno a Pechino trovi un biglietto, accettando anche uno standing ticket per 48 di viaggio (poi fortunatamente tramutatosi in posto a sedere “hard seat“). La sola sensazione di provare una vaccata del genere appaga di senso dell’avventura.
Rivedere i miei amici a Pechino, andare in una terra ancora ammantata di fascino meditativo, lo stesso viaggiare in treno da decisamente la sensazione di staccare dalla routine e prendersi un bella vacanza di Maggio.
Per le prime 24 di viaggio, viaggiando verso ovest, il paesaggio diviene sempre più desertico, passando per le mura di Xian (la città dei guerrieri di terracotta) e per Liaoning, arrivando infine a Xinning, capitale della provincia a nord del Tibet. Ci attende la seconda notte (Video ammasso umano, 1.94 Mb, Player DivX 6 necessario) e poi alle 5.30 di mattina si arriva a Golmund (la “porta del Tibet” se avete visto il film “7 anni in…”). Siamo in Tibet finalmente, e da lì si sale fino a circa 4000 metri per attraversare il “Plateau“: immenso, deserto, stupendo all’alba.
Io e Olaf, il mio compagno di viaggio, siamo piantati in vagone ristorante da Golmund, godendoci ogni minuto. Dopo qualche ora di paesaggi lunari, viste troppo ampie per una fotografia, Yak spersi tra deserto e verde è ora di pranzo, che corrisponde anche al passo Tanggula, 5000 metri di ebrezza. Le macchine per l’ossigeno, funzionanti dalle porte del Tibet, pompano senza sosta, pur senza particolari sintomi da eccessiva altitudine non resisto dal provare la cannetta usa e getta. Dopo poche ore eccoci al lago Namtsu, fenomenale spettacolo di gigante d’acqua d’alta quota, uno specchio sul cielo. Il piacere della scoperta unita a panorami mozzafiato è una delle ragioni per ho voluto il treno ad ogni costo.
Non bastasse, aggiungiamo due fattori: il treno cinese e il sentirsi in un’avventura come spinta a conoscere. Nel nostro compartimento eravamo i soli stranieri, non ho ricordi di aver parlato così tanto cinese in vita, e questo aggiunto alla cultura cinese dove la privacy è un concetto sconosciuto, come le domande da fare o meno ad uno sconosciuto… Bhe, tutti sapevano tutto di noi, tutti ci hanno raccontato tutto di loro e la cerimonia di due giorni si è inevitabilmente conclusa con il rito dei biglietti da visita. Così, il vicino che ti racconta delle scppatelle con la moglie, il poliziotto ubriaco al ristorante che gioca con te con “le carte della rivoluzione” (normali carte da poker con le massime di Mao unite a foto di propaganda), il gruppo di fantomatiche attrici da Hongkong che vanno in vacanza a Lhasa, il capotreno che proprio non è riuscito a trovarci un buco per dormire ma gli abbiamo offerto una birra lo stesso (nella foto non è lui, ma il suo vice)..
Tutto questo è un’esperienza nell’esperienza, e ringrazio il mio anno a Pechino per avermi insegnato le basi per comunicare con questo pazzesco, “random“, fenomenale popolo di cazzoni (sì, questa parola sputtana l’articolo, che non sarà quindi pubblicato sul Sole). Se non avessi saputo il cinese avrei vissuto metà dell’esperienza comunque, parlando con i russi di Vladivostok perennemente sotto birra, Greg che sta viaggiando per tutta l’Asia nel suo anno sabbatico, Anne che insegna inglese a Xian, e due grandissimi italiani che lavorano a Pechino, uno a quella Camera di Commercio Italiana in Cina che fu la mia prima esperienza semilavorativa qui. Il mondo è piccolo dopotutto, e per gli stranieri in Cina, a volte, ancora di più.
Sono le otto di sera, tramonto. Finalmente, purtroppo, il viaggio è finito. Siamo a Lhasa, in una stazione faraonica costruita “in stile tibetano” (??), la nostra guida ci accoglie per portarci in hotel.
E’ ora di riunire la Compagnia, ritrovando chi è arrivato con l’aereo. Del viaggio Beijing – Lhasa direi, sono contento di averlo fatto e lo rifarei, ne valeva decisamente la pena. Probabilmente non lo rifarò, ma siamo a Lhasa, ce l’abbiamo fatta! Inizia il mio primo viaggio in Tibet.
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