Stefano Bosello - Impressioni di vita in Cina

Articoli Cina

11 novembre 2007

Non ci possiamo vedere (?)

Stefano Bosello articoli CIna - Party Italiano Mao comunità italiana shanghai

Giovedì scorso sono andato ad un party italiano organizzato in un locale chiamato “Mao”. Il locale, con inizio party alle 10.00 era, come a casuccia, pieno alle 12.00. Sicuramente di richiamo la promessa di B-movie trash (vedi Cummenda Zampetti in locandina), spaghettata a mezzanotte e free drink/entrance dietro presentazione dell’email di invito.

Dopo aver passato una piacevole serata e conversato con qualche avventore del locale o amici italiani di miei amici, mi sono scoperto pensoso al mio ritorno a casa. In pratica ho unito i seguenti elementi: il fatto che ho girato l’email di vivishanghai.com ai miei amici (traducendola) e scrivendo tra le avvertenze “Once in a while it’s good to know what the hell my countrymates are doing in this city“. La conversazione con Fabio, un amico di Winter Week giunto da poco qui: “non conosco molti italiani a Shanghai, tendo a prenderli a piccole dosi”. Lui che mi guarda e dice: “sai cos’è? Sei il terzo che me lo dice stasera… Cioè, non ci possiamo proprio vedere!“.

Ho così cominciato a (ri)pensare agli italiani che incontrato da quando sono in Cina e in effetti, a meno che non lavorassero con compatrioti trasformatisi di tanto in tanto in compagni di serate, non è che si ammazzassero a cercare connazionali. Sia a Pechino che a Shanghai la comunità italiana è estremamente frammentata, o meglio, al di là di eventi camerali-ambasciata ogni morte del papa, o feste/ritrovi tipo quella di giovedì gira molto a ognuno per sè.

Non siamo i soli comunque: altre nazionalità ci assomigliano (spesso i tedeschi), altre sono l’opposto (francesi, coreani a americani possono vivere in minicomunità chiuse come se fossero a casa.). Quali le ragioni di questo? Io ne metto qui sotto una lista basata su conversazioni con italiani all’estero. Liberi di integrarla o disintegrarla a piacimento:

Dinamiche culturali
- Se devo viaggiare per 7000 km e stare con la stessa gente che trovo a casa, che senso ha?
- Ma perchè devo ritrovarmi ancora con i truzzi e gli arroganti che trovo a casa?
Versione politicamente corretta: sono nell’ombelico del mondo e sarebbe limitante, voglio essere una spugna culturale e capire persone da nazioni diverse dalla mia.

Dinamiche di coppia paritarie
- Le donne italiane sono stressanti (versione originale censurata), le -qualsiasi altra nazione non occidentale- sono gentili, ti trattano con rispetto e non rompono i &/(&/(.
- Gli uomini italiani sono spesso stronzi o arroganti, gli – qualsiasi altra nazione del globo- hanno quel qualcosa di diverso.
Versione politicamente corretta: avere a che fare con persone così diverse stimola curiosità al primo approccio, e una relazione interculturale ti fa affrontare le piccole difficoltà quotidiane con più tolleranza.

Conseguenze profittatrici dello stereotipo dell’italiano/a
- (Uomo) Sai, c’è sempre questo stereotipo degli italiani (uomini, non pasta a mandolino). Voglio dire, per una volta che posso approfittarne, ma perchè no?
- (Donna) Per quel che mi dicono (gli uomini) le italiane sono sempre viste hot, stylish e funny. E per una volta che son cose positive, lasciamoglielo credere!

Sindrome identificativa persona-nazione
- Quando usciamo io sono (nome), ma sono anche “Italia”. Mi piace e non voglio condividere l’emozione/vantaggio o dare metri di paragone.

Sindrome di relatività persona-nazione e pari opportunità
- Ci sono così tante persone incredibili in giro che non vedo il semplice fatto di essere italiani come una spia dell’essere interessanti.

Sindrome di rigetto problemi (degli) italiani
- Quando siamo troppi italiani si va invariantemente a finire su: il sistema Italia in crisi; Berlusconi, Prodi e Beppe Grillo; l’Italia è indietro; l’Italiano crede di essere furbo e si fa fregare; l’italiano non sa fare sistema; (da navigati expats) l’italiano medio che arriva qui non ha idea di cosa sia la Cina, fallisce e torna indietro dicendo che “i cinesi non capiscono il bisniss“; in Italia si sta peggio; in Italia si vive meglio; ma la mozzarella, ma la Nutella, ma la mamma bella; …

Cinesinizzazione / Sindrome dell’emigrato permanente
La frase me la ricordo come se fosse ieri: “In Italia mi sono sempre sentito fuori posto, qui è diverso. In pratica sono passato permanentemente dall’essere alienato in patria ad alieno all’estero”.

Sindrome asceto-patriottica
- Lavoro così duramente per cambiare la percezione dell’Italia e degli italiani nel mio ambiente, poi incontri personaggi impresentabili come Mr.X e devo ricominciare da capo.

Io mi riconosco in alcune di queste, altre no. Accetto il fatto che la prima parte dell’articolo sia una visione parziale scaturita dal mio punto di vista e sono sicuro che di gruppi affiatati di numerosi italiani ce ne siano. Sono altrettanto sicuro di non averle mai viste.

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  1. ahah, già, l’italiano “navigato-expats”!! Bella l’espressione! :-)

    sai, sto imparando pure io a rimunginare fra me e me tutti questi luoghi comuni sulla Cina per poi riproporli, magari in una cena importante, attingendo anche ad una certa serietà o credibilità in tutto ciò che dico!!

    e comunque hai ragione, è vero un pò tutto di quel che dici, anche io vedo in questo modo l’universo degli “expats” in Cina: anglofoni e Coreani che fanno il loro “ghetto”, italiani “schivi”, stanchi di vedere altri italiani “pure quà”, italiani che sorvolano o ironizzano sulle disavventure del proprio Paese, cercando – come si può – di “metterci una pezza”, reinventandosi un’altra “italianità”, lontana dalla formula italiano-maFFia-pizza-mamma-spaghetti-mandolino, proponendo un’Italia – si spera – migliore di quella che quotidianamente continua a sbirciare dai giornali italiani online.. e gli italiani che si sforzano di proporre un’Italia solare, divertente e geniale, senza però disdegnare le cose fatte per bene, la serietà e la responsabilità.
    L’ITALIA CHE VORREI !

    Vedo che tu stai un pò più avanti rispetto a me, io sono ancora alla “fase” di studio (Pechino, BLCU).. ma non dispero: piano piano arriverò anch’io ad essere un italiano expat (navigato!)

    zaijian!

    p.s. ma tu li fai già i discorsi sui cinesi che non sanno fare bissnes con l’Italia?

    Comment di michele [Visitatore] — 12 novembre 2007 @ 3:53 pm
  2. ahah, ehy, attenzione alle ultime due righe: non è un processo tipo “you know you have been in China too long when” (Google per credere). Sono elementi che difficilmente sono tutti presenti in qualcuno, ma parlando con vari italiani, dopo un po’ di tempo, mi son reso conto che alla fine potrebbero essere riassunti in qualche punto come quelli che ho scritto (ovviamente estremizzandoli un po’).

    E’ vero però, aggiungo il tuo suggerimento sul metterci una pezza.

    Comment di bosida [Membro] — 12 novembre 2007 @ 4:31 pm
  3. Eh, bel compendio… Non era così una trentina di anni fa: la percezione del connazionale era ” se vedo un italiano mi sento a casa, eh, gli spaghetti, eh, il caffè…” Si viaggiava meno, i voli costavano un botto, al di là delle vacanze chi viaggiava stava lavorando e si scambiava volentieri una parola in italiano. Oggi con i voli a costi alla portata di chiunque (una bellissima cosa) gli italiani che girano sono un macello e spesso esportano un modo di fare che è un triplo concentrato di provincialismo.
    Così chi ha da tempo assorbito modi di fare realmente internazionali tende a starci alla larga. Quando un volo di 7000 km non sarà più oggetto di proiezione di video amatoriale a casa dei parenti come se si fosse tornati dalla campagna di Russia riportando a casa la pelle, allora saremo diventati un paese adulto. Ho dubbi fortissimi a riguardo…

    Comment di patrizio [Visitatore] — 15 novembre 2007 @ 9:02 am
  4. Ho scoperto il tuo blog percaso e mi é piaciuto moltissimo questo post :-)

    Sono anch’io un’espatriato e abito in Turchia da 4 anni dove non conosco nemmeno un’italiano! Ho solo amici turchi e nessuno di loro parla italiano ;-) … insomma vivo in turchia come un turco e non sento per niente il bisogno di frequentare altri italiani (a parte l’impiegata del consolato che ogni tanto vedo per prendere il visto per mia moglie).
    Tra qualche mese dovrei essere trasferito in Cina per 1 o 2 anni dunque mi sono iscritto al feed del tuo blog che mi tornera’ di certo utile. Ciao!

    Comment di Michele [Visitatore] — 29 novembre 2007 @ 4:18 pm
  5. Grazie Michele. Se passi da Shanghai fammi sapere, anche se magari non ci si frequenta un vecchio caffè scappa sempre ;-)

    Comment di bosida [Membro] — 30 novembre 2007 @ 10:12 am
  6. Beh, direi che hai fatto una buona analisi di scenario Stefano.

    Credo essere in un altro Paese sia l’occasione per fare premere il pulsante “re-set” e fare il punto della situazione su chi si e` e su su cio` che si desidera veramente. Tenersi al largo dai connazionali sembra naturale per una riflessione adeguata e forse piu` oggettiva.

    La domanda che mi pongo da un po’ e`: l’essere nato in un posto portera` ad un ritorno nel lungo termine o non ha nessuna importanza?

    Un salutone,
    Alberto

    Comment di Alberto [Visitatore] — 18 febbraio 2008 @ 3:27 am
  7. Penso dipenda da quanto le radici restino in un posto dove hai vissuto più di vent’anni… e dalle radici che hai messo all’estero per non inaridire, che magari poi diventano più vitali dell’ormai legnosa memoria.

    Comment di bosida [Membro] — 18 febbraio 2008 @ 9:25 am

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