Stefano Bosello - Impressioni di vita in Cina

Articoli Cina

2 giugno 2007

Coming and going – Un mercato del lavoro che compete

Stefano Bosello articoli cina - mercato lavoro shanghai

Ieri la mia cassiera preferita ha dato le “dimissioni“. Ad essere precisi ha dato il preavviso standard di qui per i lavoratori non-management. Il suo ultimo giorno di lavoro sarà venerdì prossimo; sì solo una settimana. Qui a Shanghai (e in Cina in genere) funziona così: mercato iperflessibile, welfare (una pensione bassa e copertura sanitaria) solo per i locali (50% del salario a carico del datore di lavoro per chi, per esempio, ha un Hukou di Shanghai). Parlassi con Pezzotta (CISL, sì lo so che ce n’è un altro… ma lui mi era simpatico) mi racconterebbe della protezione dei lavoratori, degli ammortizzatori sociali, delle pensioni che mantengono lo stesso stile di vita, dei diritti degli assunti e dei doveri delle aziende e dello stato. Io gli direi che ha ragione, che sono d’accordo, e allo stesso tempo che così non si può competere con Paesi con mercati del lavoro più efficienti (e non parlo di Cina, ma di gran parte delle potenze industriali) e che questi offrono più opportunità lavorative (i mitici posti di lavoro) e premia i migliori, che dimostrando di valere di più spingono la propria azienda a premiarli per trattenerli ed altre aziende a cercarli per assumerli.
Sì, il sistema tende all’efficienza sulle persone senza preparazione ed esperienza, abbassando secondo logiche di mercato i salari minimi. Sì, credo che parlando di Cina questi siano veramente bassi. Allo stesso tempo, come mi si può dire che l’Italia non deve competere sul costo del lavoro, io vorrei che nemmeno rinunciasse a competere sulle risorse da premiare, ocn i soliti compreomessi al ribasso. E invece via con la trattazione collettiva (ho provato a spiegare il concetto a vari miei amici non italici e, quando ci sono riuscito, ho visto faccie increudule). E via coi diritti di tutti e i doveri di chi paga, via alla pratica impossibilità di dare il benservito a troppe inefficienti tossine del sistema. Via con i troppi statali fannulloni che deprimono quelli efficienti, che ci sono ma non vengono premiati.
Non credo che la Cina abbia un mercato del lavoro perfetto, credo andrebbe bilanciato, migliorato per offrire qualche garanzia in più (stanno riformando l’hukou comunque). Ma credo anche che sia competitivo e stimolante, con datore di lavoro e dipendente che in genere hanno un rapporto volontario e reciproco di collaborazione, dove senza drammi ambedue sanno che possono trovare nel mercato stesso altre risorse o opportunità, e dove questo meccanismo si rivela in genere virtuoso. Nessuno qui vede o vuole vedere il proprio posto come un lavoro a vita. Il datore può assumere senza paura di fregature senza possibilità di ritorno (se non costose, rognose, lunghe anni), il dipendente può accettare per poi cambiare, per guardarsi attorno, per capire di non fermarsi e appiattirsi.
Da qui, sorrido tristemente leggendo qua e là del “precariato“, nuove generazioni senza futuro certo e compagnia bella. Sembra filosofia d’altri tempi: il mondo è “precario”. Non crediate che viva in un bagno di dobloni e che non capisca certi problemi e le difficoltà di molti davanti ad un cambio di cultura del lavoro, a causa di propaganda, correzioni sacrosante che non arrivano e in definitiva aspettative o sogni che non si realizzano. Adoro MaxCosmico (godetevi il video su Youtube) e penso che buona parte del testo sia fenomenale e dedicato anche ad una cultura manageriale del “paron”, del barone, di chi non lascia spazio a chi magari pecca di inesperienza ma idee fresche e utili ne avrebbe da vendere… Ma pensiamo di rimanere in un’artificiale oasi felice finchè non si collassa o ci decidiamo a giocare le carte che ad una ad una perdiamo col tempo perso?
Ad ogni modo, noi in una settimana possiamo trovare un’altra persona; la mia cassiera, anche grazie all’esperienza fatta con noi, comincerà felice un altro lavoro con l’80% dello stipendio in più. Che mondo ingiusto.

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  1. Ma che lavoro fai?

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  1. Eccellente pezzo giornalistico. Complimenti ! Si legge bene, e si capisce anche… Mi chiedo come sia possibile non vedere la progressione ineluttabile in direzione chiara. Mi chiedo se i “politicucci nostrani” non sanno e non capisono (e mi preoccupo), o sanno perfettamente e capiscono benissimo e fanno esattamente il contrario di quel che è logico per occupare il “cadreghino” con atteggiamenti populistici che nel concreto però ti fregano comunque sia nel breve che nel medio termine (e mi preoccupo ancora di più)

    Comment di Patrizio [Visitatore] — 3 giugno 2007 @ 6:11 am
  2. interessante l’articolo Stefano.
    In più punti sono d’accordo con te: -statali e + meritocrazia.
    2 punti da riflettere:
    - se uno si fa male nel posto di lavoro (nn faccio esempi), sia nel ramo management che operativo…, cosa fa? intendo in Cina ovviamente. Perchè in Italia avrebbe l’inail per esempio che lo sostiene.

    - un governo “giusto” deve cercare di
    rendere il mercato del lavoro più
    flessibile (mi par giusto, forse ovvio),
    ma le persone nn sono pedine ma esseri umani e come da una parte hanno un dovere morale di lavorare bene hanno anke il diritto di vivere una vita tranquilla e dignitosa.
    Domanda finale… tutti di là vivono una vita dignitosa? (nn è una domanda retorica perke nn lo so e poi dipende che significa dignitoso). Perkè se la risposta è si torna in italia e spiega queste cose al governo perke ce n’è bisogno.

    Dovresti analizzare un ultimo punto, il mercato del lavoro italiano è penalizzato oltre dai contratti vincolanti
    (e per ki? legge biagi docet) e dai lavoratori pubblici e dagli
    imprenditori (..inerti..) anche dal familiarismo… o trovi lavoro grazie ad un familiare oppure campa cavallo che l’erba cresce…

    A proposito quando torni a trovarci? hai feri?
    dai…

    stefano

    Comment di STEFANO [Visitatore] — 4 giugno 2007 @ 3:38 am
  3. Qui dipende veramente tanto dal tipo di lavoro. Non entro nella questione degli hukou (segui il link dall’articolo), comunque c’è una nuova legge che rende obbligatoria la copertura sanitaria per i dipendenti. Al momento, la legge c’è ma nessuno controlla, ma è uno standad in Cina per le nuove regole, è come dare ufficiosamente il tempo alla gente di sapere, per poi far girare la voce che sono partiti i controlli.

    Ad ogni modo, il sistema sarà sempre più ispirato ad uno stampo privatistico che su mamma-Stato. Nel senso che l’assicurazione sanitaria te la paghi se la vuoi (o risparmi a manetta come fanno tutti qui). Insomma, un’impostazione all’anglosassone. In generale, le medicine costano abbastanza e quando stai male è un piccolo salasso familiare.

    Sulla vita dignitosa, bhè, anche volendo semplificare parecchio, esistono perlomeno due cine: le grandi, perlopiù ricche città dell’est e lo sconfinato ovest con 700 milioni di contadini. Io dei contadini so solo che in genere non muoiono di fame, qualcuno ha la mercedes e chi ha più rischiato è ricco sfondato. In genere però molti di loro sono alla sussistenza, con scarso accesso ai servizi base (es. ospedale). Ma le cose stanno cambiando anche lì, anche se non alla velocità dell’est: per esempio, alcune nuove Zone Economiche Speciali ad est hanno problemi a reclutare personale perchè l’immigrazione da ovest ha rallentato parecchio.

    Se mi chiedi di qui, bhè direi che Shanghai è una città ricca e la gente vive in maniera più che dignitosa. Alcuni sono più ricchi di quanto lo sono i più ricchi nordestini, alcuni molto più poveri, ma direi che la stragrande maggioranza vive in maniera più che accettabile e può solo che migliorare sempre più. Poi, come tu stesso ti sei reso conto nella domanda, il concetto è talmente labile da dare spazio anche ad opposte interpretazioni, diciamo che è la mia opinione quindi.

    Comment di bosida [Membro] — 4 giugno 2007 @ 5:08 pm
  4. Sicuramente..
    nn esiste una regola per la previdenza e le assicurazioni.
    Io sono il primo che adotterei per una previdenza privata (anzi io lo faccio!!) totalmente a mio onere..
    ti dirò mi piace di più, mi responsabilizza…
    i contratti nazionali rendono il cuneo fiscali uno dei problemi (e per questo molto dibattuto) più grandi del mercato del lavoro italiano.
    Cmq il vantaggio competitivo (e quindi la leadership) si raggiunge con qualcos’altro…
    nn basta “pagar poco i operai”.
    Quindi l’Italia ha perso posizioni in questi ultimi anni e le rispostre sono molteplici
    ( poca voia de laurar?? scuole scadenti?
    risorse che scarseggiano… quali??).
    Forse il mitico nordest è stato un fuoco di paglia…. io nn credo…

    In Cina qual’è il vantaggio competitivo pi importante secondo te ?
    e quindi gli imprenditori come si devono muovere?

    ciao e a presto

    stefano

    Comment di STEFANO [Visitatore] — 5 giugno 2007 @ 1:41 am
  5. Sono d’accordo, infatti “mi si può dire che l’Italia non deve competere sul costo del lavoro” non l’ho buttata lì. Credo profondamente sarebbe un suicidio. Il problema è che in Italia ci si riempie la bocca con “salvaguardare l’occupazione” facendolo nel modo sbagliato, ovvero con sussidi a tenersi qualche operaio in più, polmoni artificiali per aziende marce ma con tanta genete e via dicendo. Questo nel peggiore dei casi si traduce nell’Alitalia, nel migliore dei casi semplicemente tenendo sul mercato imprese che non dovrebbero esserci.
    Per come la vedo io “salvaguardare l’occupazione” dovrebbe voler dire creare incentivare la creazione di posti di lavoro più qualificati. Non voglio pronunciare la parola “innovazione” perchè abusata all’estremo, ma se non possiamo competere sul costo del lavoro puro, l’unica chance di sopravvivenza è puntare su personale altamente specializzato, su caratteristiche uniche o perlomeno peculiari. Altrimenti, sinceramente, uno produce fuori… e una nazione non vive di soli manager (soprattutto tanti dei nostri “manager”).
    Il vantaggio competitivo della Cina? Domanda da milione di dollari. Direi che la popolazione fa da leva ad immenso mercato interno che si sta trasformando sempre più in mercato reale. Dell’efficenza del mercato del lavoro si è già detto. Sinceramente, tralasciando a malincuore diritti umani e libertà di espressione, vedo anche la stabilità di governo.
    Non direi, o perlomeno è un qualcosa sul viale del tramonto, il costo del lavoro. Le multinazionali già da tempo vanno verso thailandia, vietnam e cambogia a produrre (e di solito il trend segue). Chi investe di questi tempi in Cina non lo fa più solo pe ril costo del lavoro, ma per avere una fetta del mercato interno e per non arrivare qui troppo tardi, a mercato saturo. Non credere che il mercato cinese possa essere saturo anche qui è un errore, perchè questo Paese è già in sovraproduzione, ed è troppo grande per essere trattato come un mercato omogeneo. Esempio stupido, prendendo l’est del Paese (comunque anche qui generalizzando) trovi ben poche famiglie senza un televisore o un frigo… o un cellulare.

    Comment di bosida [Membro] — 5 giugno 2007 @ 9:57 am
  6. Dimenticavo di aggiungere che l’italiano è un drago quando si tratta di arrangiarsi e di trovare scorciatoie, e quando propende al rischio anche a fare scelte coraggiose o semplicemente alternative. Esempi come Diesel, che grazie ad un pazzoide Rossi è andata a vendere i jeans agli statunitensi, non è un esempio da buttare. Ma i tempi cambiano e bisogna evolvere. Un vantaggio competitivo della Cina è dare la massima libertà alle imprese di… fare impresa. Forse a volte in maniera troppo selvaggia. In Italia sono talmente tante le pastoie amministrative, le tasse (pure sui costi, vedi IRAP), gli aiuti a pioggia che piovono sulle imprese sbagliate che se uno segue le regole chiude o cresce poco… o semplicemente si rompe le scatole chiedendosi chi glielo fa fare.

    Comment di bosida [Membro] — 5 giugno 2007 @ 10:10 am
  7. Confermo in pieno, Stefano.
    Anche quest’anno siamo a chiederci chi ce lo fa fare.
    Azienda tranquilla, incremento fatturato 11%, investimento in ricerca e sviluppo circa il 13% del FATTURATO, indici Basilea impeccabili. Benissimo, dici tu. Risultato: tassazione circa il 72% dell’utile (comune a tutte le imprese che fanno 2-4 milioni di euro, grazie all’impatto dell’IRAP e degli indetraibili su un fatturato “basso”). Ed è cosa estremamente comune in moltissime aziende qui nel nord-est. Parlo di imprese che fiscalmente sono a posto, nel senso che hanno clientela soggetto IVA e quindi fatturano anche gli spilli. Non resta niente da buttare in un minimo di rischio o per fare investimenti non calcolati al millimetro, come aprire una fliale all’estero o creare un prodotto nuovo del quale non si è certissimi dell’impatto sul mercato (ma che potrebbe essere la svolta per l’azienda). E così il nord-est langue, spremuto come un limone e senza alcuna forza di spinta. Molto meglio la Cina, di sicuro, ma anche la Germania e la Francia, che stanno dietro l’angolo…

    Comment di patrizio [Visitatore] — 5 giugno 2007 @ 8:05 pm

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