Cina, sulla difficile sintesi tra controllo del popolo e innovazione individuale (Uhhh!)
Oggi ho comprato il China Daily, gli articoli in copertina mi sembravano un po’più interessanti del solito. Come spesso capita, ogni numero ha un nonsochè di “impronta di fondo”. Bhè poi, si sa che i pezzi prescritti come i celebri “coccodrillo” (i pezzi scritti anzitempo sulla vita di una persona in vista della dipartita) sono di più facile correzione preventiva. Commenti di Repubblica Popolare a parte, quelli di questo numero trattano spesso di ambiente e innovazione (e legame tra i due), ambedue pezzi importanti del nuovo piano quinquennale di recente approvato. Un’articolo è stato in particolare gustoso: “la tolleranza come base per l’innovazione”. La scrittrice cercava di barcamenarsi nel difficile compito di non scrivere “libertà”. Alcuni punti tuttavia sono particolarmente interessanti, impossibile non commentarli:
1) L’obiettivo di una vita studentesca è arrivare all’università. Punto. Qui se entri esci in tempi certi, qui per entrarci devi fare un esame nazionale che produce varie graduatori per una popolazione di matricole che si aggira sui 33 milioni di persone, le quali conoscono il loro destino: a lavorare, università, alcune tra le MIGLIORI università.
2) Tutto il percorso studentesco è basato su test, tant’è vero che gli studenti cinesi sono spesso accecati dal “io ero tra i primi 10 della graduatoria del miglior studente di vattelapesca”, “sono arrivato 101 e quindi per uno non sono andato in una buona università”, “lui va alla Peking University (la migliore), quindi è un genio”. Mentre da noi spesso chi non va bene da qualche parte è bravo a fare altro (sì, alle volte uno “non l’è proprio bòn da niente”, ma credo tutti abbiano delle attitudini, i famosi talenti no?) qui tutto è ridotto ad unico numero, chi c’è c’è, chi non c’è ciao.
3) Cosa misura il test? L’intelligenza? Mmmh, qualcosina. Di sicuro misura il nozionismo. Una strage di domande sui più disparati argomenti, o sai e vai o non sai e rimani al palo. Ovvio che chi è in grado di impararsi un tale volume di informazione dimostra grandi doti di memoria, metodo, forza di volontà, impegno estremo. Quello che certo non dimostra è se lo studente ha capito o meno e sa usare e far ballare tra loro le informazioni che ha studiato o meno. Spesso il tutto si traduce in un gigantesco lavoro mnemonico, più che di logica. E certo questo non favorisce la creatività.
4) Asilo nido: segui le regole o tegole in testa; scuola materna: studiati i tuoi 300 caratteri e segui le regole, se non li sai brutto e cattivo; scuola superiore: se non studi tutto quello che ti do da studiare e non segui le regole non adrai all’univeristà. Regole, regole, regole. Aggiungo io, parate militari, libertà d’espressione difficile, cultura che fonda spesso nel confucianesimo le regole di comportamento. Sena banalizzare, quest’ultima si fonda anche sul perpetuarsi degli insegnamenti e le espressioni dei maestri del PASSATO (una specie di quropeo ipse dixit). Come si pretendono slanci cretivi? Davvero si crede l’innovazione possa essere gestita a livello centrale? La scrittrice parla dei giapponesi, avanti sulla tecnolgia scaturita dalle menti di qualcun’altro “ma che forse negli ultimi 50 anni hanno inventato si e no il walkman”.
5) E quindi? E quindi accanto a varie misure amministrative la grandissima equilibrista conclude con la “tolleranza” (TOLLERANZA!): posto che comunque deve rimanere una bassa percentuale (come se si potesse controllare che il 4% della popolazione e non uno di più dev’essere fuori di testa), invita i lettori a tollerare i bambini che ogni tanto non seguono le regole, che ogni tanto fanno cose che non tutti fanno, e di lasciarli nel loro mondo, forse qualcosa inventeranno. Si, per carità, l’intenzione e buona, non si può non ridere pensando a questo poveri cristi lasciati in un angolo e le maestre “si, lui è un 4%..). Posso solo immaginare cosa nella mente della scrittrice abbia prodotto il pensiero che i bambini, diventati adulti, seguissero quello per cui erano “programmati”: inventare, soprattutto alta teconolgia. E se diventassero artisti? E se diventassero delle persone normalissime… e se avessero delle geniali proposte come “votare”?
6) E’ vero secondo la scrittrice il link tra società indivadualistica e società creativa? No, infatti la CIna “negli ultimi 3000 anni ha prodotto invenzioni mediamente 1224 anni prima che l’Occidente”. Vero o no, tante cose le han inventate proprio loro, e poco importa se la polvere da sparo loro la usassero per i fuochi artificiali. Certo, si potrebbe invece legare la graduale fine delle invenzioni avanti di secoli con la graduale chiusura del Paese all’esterno, circa dal 1500.
Concludo io, al dì là dei contenuti dell’articolo, che perolmeno qui qualcuno pensa ai grandi temi delle sfida internazionale, che non son solo parole, ci provano davvero. Che quando vedi una vignetta con una Ferrari copiata (la macchina è rossa di sicuro: in Cina è tutto rosso, porta bene) che però ha una ruota che non va, capisci, una volta di più, che questi corrono. E noi stiamo ancora a implorare un taglio Irap, un incentivo ai virtuosi, una detassazione della Ricerca e Sviluppo. Mah.
Related posts:
Stampa questo articolo








Facebook
LinkedIN
Concordo, caro Stefano, e il finale non fa una grinza. Qui stiamo a cincischiare tra balletti e passaggi televisivi di Pecoraro che spara sentenze e proclami demagoogici che non lasciano alcuna speranza di concretezza a chi ascolta; e i “poco creativi” cinesi ci passano avanti correndo e ridendo. Cosa abbiamo sbagliato ? Forse nell’idea che si può guadagnare tutti senza lavorare e vivere in vacanza perenne mascherata da diritto acquisito ?
Bah, vedremo.
Divertiti, intanto. Ciao.