Fengcheng, tra montagne e buddismo alla cinese

Già in Nei Mongul , tra i buddoni millenari rifatti di fresco avevo avuto quella sensazione di turistico che ti assale quando vedi la città proibita restaurata scartavetrando vantichi colori e ridipingendo in oro rosso e blu, o quando sei sulla grande muraglia e vdi i mattoni rifatti, il cemento di fresco, turisti ovunque. Ad ogni modo, Fengcheng conferma anche un’altra teoria, quella del buddismo alla cinese. Ogni antico monastero è una preziosa attrazione turistica su cui ruota di norma una buona economia di persone che sostentate esclusivamente da quesdto. Fin qui nulla di male, ma quando vedi i monaci che ti staccano biglietti da 60-100 Yuan o che scrivono sms al telefonino, o che vendono ceri immani “per la pace e l’armonia” ti chiedi primaditutto se siano reali, poi concedendo il beneficio del dubbio ti attraversa un brivido di tristezza.

Ad ogni modo, Fengcheng dista da Dandong due orette di bus. Una volta arrivati e superata la barriera di tassisti, bus, venditori di ogni cosa raggiungiamo l’entrata. Dopo aver visto uno o due tempietti cominciamo a scalare, scalare e scalare. Tra rocce liscie come l’olio si inerpicano scalette che permettono di arrivare in cima a tre “montagne“, noi dopo aver scalato la prima le abbiamo passate tutte più o meno in quota. Devo dire che fare un po’di attività fisica senza il PM10 di Beijing fa piacere in ogni caso; il panorama lascia intravedere Fengcheng da un versante, dall’altro tutta la valle dei mille templi (come viene chiamato questo posto).

Eccoci a scalare, a trovare tempietti tra le rocce, nelle rocce; passare dentro le montagne in feritoie decismente strette e a godere lo spettacolo di cinesi in guantini (per le roccie), pantaloni bianchi (molto trendy quanto lordati dalle roccie), scene di panico sui dislivelli superiori ai 50 cm. Insomma, una giornata tra spiritualità in saldo, buona attività fisica e sincere risate interculturali.

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