
Arrivato a Pechino il 18 luglio con il mio treno preferito, chiacchierando con i colleghi su cosa ci saremmo dovuti aspettare nel mese a seguire. Passato un’interminabile settimana di training in una scuola internazionale, dove tutti i District Manager e gli Chef si sono imparati a memoria il piano di battaglia. Sulla carta perfetto a livello macro, già in partenza difettava di qualche dettaglio, ma si va avanti. Ordine di battaglia: seguire i menu, seguire il piano. Nel piano io ho otto posti da tenere d’occhio. Una gincana di task a matrice, una bella sfida.

I potenti mezzi di un budget milionario mi hanno permesso di condividere la stanza di albergo con un russatore professionista, con grande stress da mancanza di sonno per l’intera settimana. Nel frattempo, le prime sfide all’orizzonte: camion bloccati all’entrata da security che non vuole prendersi responsabilità, responsabili che arrivano in Cina all’ultimo minuto, fornitori che non trovano la merce o che non hanno chiari dettagli tipo “ma sono 100 o 1.000 le torte al giorno?”.

Si comincia. Dall’albergo io e un collega veniamo destinati ad un appartamento con… una stanza. La foto riprende il momento catartico del lancio della monetina: chi avrebbe dormito sulla branda militare in soggiorno? Vinco. Una settimana più tardi il mio collega si trasferisce da amici.
I primi 10 giorni sono stati formativi: chiamate ad ogni ora del giorno o della notte, aperture, chiacchiere, discussioni, staff che arriva da Shanghai, caffè. Tanto caffè. Dopo due giorni capisco l’ironia delle cose: ogni posto serve pasti a persone spesso massicciamente di un’unica nazionalità (per esempio, la boxe ai canadesi, il beachvolley ai brasiliani, …). Questo ha significato lavorare ancora più duro per offrire in ciascuno di essi l’offerta adatta. Velocemente. Più di cinque giorni in un olimpiade fanno la differenza alla fine tra un servizio “perfetto” e uno “decente“.
Tutto d’un tratto la parola d’ordine non è più seguire il piano, è avere fantasia, cambiare, adattare. In Cina questo significa rischiare alla grande perché il personale ha bisogno di tempo e pazienza altrimenti va in confusione. Un lavoraccio, per di più in cinese 100% perché tutti gli chef a me assegnati (resto del personale neanche a parlarne) non parlano quasi una virgola di inglese.

Nel frattempo, dall’ufficio, il capo dei capi ogni giorno trova una vittima: un giorno gli acquisti, un giorno le risorse umane, prima chi non segue i piani, dopo chi non sa cambiare. Ogni virgola di pressione ricevuta dai piani alti del cliente viene trasferita sotto pari pari, con deludente scelta di modi, tempi, e capacità di comprensione della realtà sul campo. Mi fermo qui per amor di sintesi e perché sono dettagli interni all’azienda, ma personalmente sono stato estremamente deluso dalla gestione del progetto, soprattutto sul trattamento dello staff. Non mancherà la voglia di farlo notare, e vedremo cosa questo significherà.
Altra cosa che mi rimarrà di questa esperienza olimpica è decisamente il fatto di viverla da addetto ai lavori. Con il Pass per entrare in tutte le strutture, il piacere di vedere in internet l’orario di un partita e sedersi in tribuna stampa, entrare dove gli spettatori non possono, scorrazzare per la corsia olimpica quando le altre macchine son bloccate dal traffico pechinese, capire quante persone e quante storie ci sono dietro un Olimpiade per riuscire a far girare la macchina. Tante davvero.

Professionalmente, l’aver visto il nostro personale di Shanghai distinguersi alle Olimpiadi, il districarsi tra mille impegni senza pause (un giorno “libero“, ma attaccato al telefono, in un mese e mezzo), la pressione per raggiungere i risultati ed i risultati ottenuti sotto ogni aspetto, i ringraziamenti dei tanti responsabili e clienti; tutto questo rimarrà di sicuro tra quelle esperienze lavorative che ti insegnano parecchio, e di cui essere orgogliosi.
Ora vado al lavoro, scriverò del perché sia così in ritardo…